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Un pasto sobrio

sobrioIl termine pranzo deriva dal latino prandium, composto da pra/e, cioè avanti, prima, e da dies che vuol dire giorno (o dì, come ancora raramente si sente dire): indicava un pasto leggero, da consumare prima di mezzogiorno, mentre il pasto primcipale si faceva alle tre o alle quattro del pomeriggio e si chiamava coena, più o meno come adesso.
Le etimologie non sono sempre esatte, spesso se ne rintracciano diverse e quasi sempre sono accettabili se non proprio plausibili. I primi tentativi risalgono all’antichità e sono attribuiti a personalità di rilievo; Plutarco (46–127 d.C.) per esempio riporta etimologie, a volte ingenue, in diverse opere (ricordiamo La Vita di Numa Pompilio); e ancora Platone che tratta il problema del linguaggio e propone parecchie etimologie nel dialogo socratico Cratilo (Κρατύλος).
Più tardi nel VII sec. d.C. Isidoro di Siviglia scrive un vero trattato enciclopedico in venti volumi, intitolato Etymologiae: un testo che sarà usato per tutto il Medioevo e che fornisce l’etimologia delle parole e, prendendo spunto da queste, spazia su vari argomenti etici e sociali.
Isidoro di Siviglia fa derivare prandium dal termine latino che definisce l’apparato digerente, e racconta che veniva definito così il pasto dei militari prima di andare in battaglia.04-Sant_Isidoro_Siviglia-2
Da questa usanza deriverebbe il detto prandeamus tamquam ad inferos coenaturi – pranziamo poiché ceneremo agli inferi – alludendo senza tanti eufemismi al notevole rischio di morire in battaglia.
Questa frase venne poi riportata qualche secolo dopo da Rabàno Mauro Magnenzio (in latino: Rabanus Maurus Magnentius, ma anche Hrabanus, Rhabanus) che è stato un erudito carolingio, abate di Fulda, arcivescovo di Magonza venerato come santo dalla Chiesa cattolica che ne celebra la memoria liturgica il 4 febbraio.

In linea con il linguaggio esegetico medievale, Rabano Mauro sottolinea come il pranzo si consumasse di giorno, nelle ore di luce, e quindi esprimesse una natura solare e vitale, simbolo della vita e del tempo presente, mentre la cena, legata al tramonto, non poteva che richiamare alla mente la fine della dimensione terrena, e fosse naturalmente connessa alla morte.
imagesantico banchettoDunque in tempi antichi il pranzo era un pasto sobrio che spesso si consumava fuori casa, in piedi, e dopo mangiato non si usava lavarsi le mani; si servivano soprattutto cibi semplici e poco elaborati come verdure, pesce, uova e funghi.
Anche in epoca cristiana il pranzo era frugale e lasciava al pasto serale il ruolo principale e rituale, in occasione del quale la famiglia si riuniva dopo una giornata di lavoro.

Come ora, anche in tempi antichi i pasti non erano solamente un atto ordinario e quotidiano che scandiva la giornata, ma costituiva anche l’occasione per celebrazioni pubbliche,  riti,  passaggi, feste comandate e private, eventi e riunioni speciali, o, più semplicemente, per allegre riunioni familiari e amichevoli.fiammingo

nozze

 

 

A partire dal Medioevo le ore del pranzo diventano anche il momento più appropriato per organizzare banchetti con tanti ospiti e celebrazioni importanti quanto imponenti, come i succulenti e interminabili pranzi di nozze o di prime comunioni dei giorni nostri…Floriana

 
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Pubblicato da su luglio 13, 2014 in Scampoli e Ritagli

 

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Consigli come zanzare

zanzaraCome ogni estate, insieme alle zanzare arrivano i consigli che invitano a fare una o due settimane di dieta; lo scopo è quello di non intasare eccessivamente i Pronto Soccorso in seguito ai malori dopo la prova costume.
Un florilegio di diete dai nomi accattivanti: dieta della banana, del peperone, dell’anguria, del melone…intervallate dalla proposta del digiuno terapeutico (la novità dell’anno, ogni anno) insieme a numerosi decaloghi. Proprio di questi vorrei parlare, argomentandone l’utilità e l’utilizzo.banane
Alcuni giorni fa mi sono imbattuta in un blog che svela i 25 segreti per perdere peso.
Più che segreti sono buone prassi; in certi casi sono ottime prassi, tra l’altro non sono enunciazioni nude e crude tipo assumete alimenti ricchi di fibra, ci sono scritti gli alimenti che contengono fibra e il perchè la fibra fa bene; ormai, certo, tutti dovrebbero saperlo, sono anni che ce lo raccontano in tutti modi, però repetita iuvant, si sa mai che la gente magari impari a mangiare la frutta a pezzi piuttosto che comprarla in bottiglia per fare prima (e pagarla cinque volte di più).peperone
La lista include raccomandazioni sullo zucchero e sul sale, da limitare o evitare del tutto, dice di preferire colazioni abbondanti e cene leggere, consiglia di non mangiare la frutta a fine pasto e soprattutto dopo cena ( per anni invece l’hanno suggerita per evitare i cioccolatini), ovviamente niente dolci, né prima né dopo.

Bisognerebbe alzarsi da tavola sazi ma non satolli, con una lieve sensazione di fame, che sparirà nel giro di pochi minuti; a questo proposito si consiglia una passeggiata rilassante (così non si pensa a quello che si è perso) e, rigorosamente, bisogna abituarsi a salire le scale al posto di prendere l’ascensore.
Tralasciamo gli ultimi due consigli, che sembrano dettati dal proprietario di una casa a due piani in una tenuta in Maremma, gli altri ventitré segreti possono essere effettivamente utili ma non sono strategici.bambine

Con questa parola intendo significare un piano che abbia una coerenza interna e non sia la somma di molti fattori senza un nesso di causa effetto.
Non si dimagrisce solo bevendo molta acqua ma fuori pasto e assumendo cibi ricchi di fibra: occorre specificare quali e quanti cibi, in che momento della giornata e con quali abbinamenti, altrimenti si stilerà una lista di precetti utili ma non sinergici e sprecheremo energie e motivazione senza ottenere nulla.
servizi

La sistematizzazione di un piano alimentare prevede inoltre una seria disamina della persona considerata; perchè se è vero che certi alimenti fanno bene, è anche vero che non tutti li possono assumere, poichè esistono effetti collaterali sgradevoli, in certi casi pericolosi. Mi riferisco ad esempio al problema dei diverticoli, per i quali l’uso di fibre va dosato con cura e con la doverosa attenzione. Rita

 
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Pubblicato da su giugno 20, 2014 in Alimentazione

 

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La Toque blanche

ghigniIl berretto da cuoco, la toque blanche, caratterizza cuochi e chef in tutto il mondo.

Alfred Suzanne, illustre cuoco dell’ottocento, racconta che il termine toque non piaceva ai suoi colleghi perché non volevano chiamare il loro cappello, simbolo della corporazione, come quello dei professori universitari.

Suzanne diceva che sarebbe stato più opportuno chiamarlo couvre-chef giocando sulla parola chef, che indica genericamente un capo in senso letterale e figurato, ma anche più specificamente chi dirige una cucina.

Sempre secondo Suzanne, l’uso codificato della toque blanche si deve a Carème che, intorno al 1820, quando prestava servizio alla Corte di Giorgio IV d’Inghilterra, vide un copricapo del genere in testa ad un praticante legale; il suo senso estetico e il suo amore per l’igiene lo indussero ad adottarlo nella versione bianca per sé e per i suoi collaboratori. Era convinto che sostituire la comune cuffia di cotone (tipo il berretto da notte dei nostri nonni), che allora usavano tutti i cuochi, avrebbe conferito loro un aspetto più autorevole e prestigioso; e siccome Carème era anche un vero opinion leader, tutti lo imitarono.buffo

Molte e curiose sono le ipotesi che tendevano a classificare il carattere di uno chef a seconda del modo in cui si sistemava la toque: chi lo portava gonfio e pendente all’indietro era quasi sempre autoritario, aggressivo e collerico, chi sistemava la toque inclinata sull’orecchio, era uno spaccone.

Il berretto inamidato, e con la parte pieghettata alta come un baldacchino, era usato dai cuochi un po’ bassotti che cercavano così di sentirsi più in alto rispetto ai sottoposti.

tantiCome sempre, cambiano i tempi, cambiano i cappelli e cambiano i costumi, ma l’abitudine di stare sopra a tutti gli altri è sempre in uso*; e in caso di bisogno, pur di sovrastare ci si accontenta di apparire alti, oppure in alto, sovente poi con l’arroganza propria di chi si avvale di supporti impropri, a volte ridicoli o patetici.. Floriana

*l ’espressione letterale e figurata in questo caso si somigliano di brutto

 
 

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Tavole imbandite

mise 1Apparecchiare significa disporre preventivamente tutto quello che occorre perchè il servizio in tavola si svolga in modo lineare e fluido. La cosiddetta mise en place (letteralmente messa sul posto) dipende dal menù, dai piatti che saranno serviti.

L’apparecchiatura come la intendiamo oggi nasce verso la fine dell’età repubblicana di Roma. Fino ad allora, anche sulle tavole più ricche, alla semplicità dei cibi corrispondeva un apparato ridotto allo stretto necessario: ciotole, tazze o bicchieri di terracotta o di legno per le bevande, arnesi vagamente somiglianti a cucchiai per le minestre.

Popolani e contadini usavano posare il cibo su piatti fatti di pasta dura o cotta, una sorta di di gallette, le mensae, come racconta Virgilio nell’Eneide.antica roma

Durante l’Impero Romano l’ostentazione del lusso nell’apparecchiatura della tavola andò crescendo con la spettacolarità dei pasti.

I governatori delle province, per ben figurare, ricevevano dall’Impero forniture di argenteria che dovevano poi restituire a fine mandato.*

tovagliolo cravattaL’invitato trovava una specie di tovagliolo per pulirsi le dita, ma intorno al collo ne teneva uno più grande, chiamato sudarium, per la bocca o per asciugare i il viso dal sudore. Il cucchiaio era l’unica posata in tavola, esistevano anche i coltelli ma erano usati solo dai servi per trinciare e ridurre in pezzi le carni.

Nel medioevo tutto resta pressoché invariato ma alla tavola dei sovrani si aggiungono delle particolarità:

-un contenitore per gli oggetti personali del re (gli altri si portavano il coltello con il quale servivano anche le dame);

-un piccolo mobile che conteneva le sostanze necessarie per appurare se il cibo destinato al sovrano fosse avvelenato.tavola ricca

Finalmente col Rinascimento arrivano sulle tavole maioliche smaltate, vasellame in vetro e perfino forchette; tutto collocato in contesti degni di veri e propri allestimenti teatrali.

Col tempo poi le stoviglie cominciano a trovare posto non più sulla tavola ma su un’apposita credenza dove boccali d’argento, bicchieri di vetro, saliere, candelieri, taglieri e oggetti ornamentali evidenziano la ricchezza del padrone di casa.

centroNel Settecento la comparsa del centrotavola, nato con finalità pratiche ma diventato presto esclusivamente decorativo, riduce notevolmente l’esibizione del vasellame; in compenso arrivano novità funzionali come il piatto fondo al posto della scodella, le posate decorate, i candelabri, la i servizi da cioccolata e da caffé.

Nel 700 gli usi che fino a quel momento erano stati appannaggio esclusivo dell’aristocrazia si estendono anche alla borghesia. Si producono i servizi, oggetti e/o stoviglie ad uso di più commensali, fabbricati ieri come oggi per sei o dodici persone.servizi


Nell’Ottocento la cucina e l’oggettistica crescono di pari passo. Il gusto francese impone in tutta Europa apparecchiature eleganti quanto complicate. Si moltiplicano posate, salsiere, porta sale e pepe, porta olio e aceto, bicchieri ad hoc per ogni bevanda.

décoIl Novecento segna infine una decisa inversione di tendenza: si cerca la semplicità funzionale, degli apparati come dei singoli oggetti. design
Arte Nouveau, Art Déco e Design influenzano vasellame, cristallerie e posaterie, orientando il gusto collettivo, o quasi, verso l’eleganza naturale e l’unità di stile. Floriana

*evito, almeno in questa sede, di indagare per sapere se l’appropriazione indebita fosse già in uso… 

 
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Pubblicato da su maggio 25, 2014 in Scampoli e Ritagli

 

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Tutti a dieta …sul web

dieta webIl proliferare delle diete sul web e i relativi gruppi di sostegno, trovo siano un fenomeno interessante da studiare: la provenienza della dieta è quasi sempre statunitense, anche se la Dukan è ben posizionata nella top ten, i gruppi servono per empowerizzare chi si cimenta nel complesso compito, assai arduo dal momento che i chili da perdere sono in genere tanti e le persone spesso provengono da anni di alimentazione/spazzatura, roba già pronta in un packaging indovinato contenente tutte le schifezze possibili e anche di più…..cibi pronti

Essendo dominio di internauti, la documentazione fotografica abbonda, ed è strabiliante vedere il livello di capacità organizzativa raggiunta da chi riesce a stipare nel frigorifero contenitori di tutte le forme e misure che contengono gli alimenti, porzionati, che costituranno i pasti e gli spuntini di tutta la settimana…….

formicheLeggendo i commenti e i consigli, si viene a sapere però che solo una percentuale di queste “formichine giudiziose” ce la fa: nonostante l’organizzazione encomiabile, ognuno deve fare i conti con i suoi complicati processi ormonali e metabolici e soprattutto, deve sapersi destreggiare in una selva di tentazioni che la vita moderna ci dispensa sottoforma di vetrine reali o virtuali inclusa la televisione dove i programmi “culinari” imperrversano a tutte le ore del giorno, al di qua e al di là dell’oceano.

Come ho detto nel precedente articolo, c’è una certa differenza di approccio: nei gruppi americani prevale lo spirito di solidarietà e collaborazione, nei nostri si scorge di più il bisogno di autoreferenzialità, che nello specifico non giova nemmeno a chi la esercita, perchè il problema non è vincere la battaglia ma piuttosto la guerra.giudice

Inoltre la confezione dieta è “fai da te”; c’è il libretto di istruzioni e ci sono anche tante belle foto, poi te la devi cavare da solo, qualunque “ bricoleur” sa di cosa parlo.

Uscendo dalla metafora intendo dire che quando qualcuno dà forfait dicendo che “non ce la fa” non vuole significare necessariamente che non sa stare nel programma, forse ha scelto degli alimenti non buoni per lui, la cosa poi è tanto più complerssa se la dieta prevede pasti composti da una varietà di alimenti; a quel punto trovare il colpevole è come cercare un ago in un pagliaio ….

ognuno

Il fatto è che quando si sbaglia una dieta e si getta la spugna si perde anche la motivazione, senza la quale è molto difficile intraprendere il viaggio alimentare, vale quindi la pena di informarsi bene prima di cominciare questa impresa.  Rita

 

 
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Pubblicato da su maggio 17, 2014 in Alimentazione

 

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Come mangiavano

tavoleApollodoro scrive che gli Egizi mangiavano seduti a tavola. Omero descrive i suoi eroi, Greci e Troiani, tutti generalmente dotati di buon appetito, che mangiano seduti e su scanni separati. Nell’Odissea quando Ulisse arriva alla corte di Alcinoo, il principe fa portare per lui una magnifica sedia e ordina al figlio di fargli posto.

Il lusso, anche nell’antichità sovente padre di corruzione dei costumi, portò i potenti a mangiare sdraiati. Cominciarono i Greci: Erodoto racconta il banchetto offerto dal tebano Ortagene pochi giorni prima della battaglia di Platea (479 a.C.). Parteciparono cinquanta invitati, e per il pranzo vennero disposti cinquanta letti, su ognuno dei quali si sdraiarono un greco e un persiano.

Nell’antichità chi partecipava a un banchetto era consapevole della sua classe sociale di appartenenza e lo testimoniava con la posizione che assumeva durante il pasto. Mangiare inclinati era la postura riservata ai cittadini liberi, proibita a donne, bambini e schiavi. Senofonte nel Simposio racconta di un ragazzo, in onore del quale si celebrava il banchetto, seduto accanto al padre che mangia sdraiato. triclinio romano

Sarà poi con l’impero romano, e a causa del rilassamento dei costumi, che le donne cominceranno a beneficiare della stessa posizione degli uomini.
Anche molte testimonianze pittoriche fanno ritenere che nei banchetti ellenici ogni commensale mangiasse disteso, appoggiandosi sul gomito sinistro, in un lettino leggermente inclinato,
kline, accanto a un piccolo tavolo.

triclinio con tavolinoEtruschi e Romani, che almeno fino alla II guerra Punica 201 a.C. si sedevano a tavola, copiarono quindi l’uso di mangiare distesi, come dimostrano i disegni delle tombe etrusche e i mosaici delle domus romane.

I letti latini, notevolmente più spaziosi di quelli greci, erano posizionati lungo i tre lati di una stanza, da cui il termine triclinio, mentre il tavolo, grande, si trovava al centro.

I Romani stavano seduti solo nelle assemblee, quando discutevano d’affari. Mangiava seduto solo chi aveva problemi e/o pensieri. Catone l’Uticense, tanto per fare un esempio, dopo la battaglia di Farsalo, per protestare contro la perduta libertà e la tirannia di Cesare, non fece lo sciopero della fame, mangiò seduto. I potenti si sdraiavano a tavola per obbligo sociale, gli sgabelli erano riservati ai bambini, agli schiavi, ai campagnoli, ai clienti di taverne e alberghi. tavola

Per i Greci il numero dei convitati ideali era dieci, il cosiddetto numero rotondo, ma gli ospiti potevano anche essere sette in onore di Atena, dea della saggezza. Platone però preferiva il numero ventotto, in omaggio a Febe (luce della luna), che completa il suo corso in ventotto giorni.

Il numero di ospiti che prendevano parte ad un convivio romano, come ci informa Varrone, era tre o nove: come le Grazie, ma non più delle Muse.

in piediSotto il regno di Augusto finalmente la donna comincia ad occupare un posto a tavola oltre che nella società: l’imperatore riceveva abitualmente dodici uomini e dodici donne, come gli dei e le dee dell’Olimpo.

Con il medioevo e l’arrivo dei barbari, anche nei convivi più raffinati torna in auge l’uso del mangiare seduti. Ma nessuno allora poteva immaginare che saremmo arrivati addirittura a consumare pasti in piedi.   Floriana


 
 

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Tutti a dieta

grassaHo sempre pensato che in materia di alimentazione ( ma non solo) l’informazione, intesa come la possibilità ed anche la capacità di avere una visione “larga” in termini di notizie e di saperi , sia una grande risorsa.

Il web certamente ha aperto orizzonti insperati in questo senso ma proprio per questo, va maneggiato con cura e, nel caso della nutrizione, con molta cautela.

Stanno letteralmente prosperando ( fb ne è esempio emblematico) gruppi che si definiscono “di sostegno” nei confronti di chi è impegnato nell’ impresa di seguire qualche regime alimentare. In genere tutto comincia con la pubblicazione di un libro da parte di un Autor;, l’argomento dieta è ovviamente il più diffuso e gettonato ma non è l’unico e spesso il libro è anticipato da un battage pubblicitario su riviste varie specie su quelle di tendenza, quindi l’aspettativa è sempre alta ed assicurata.riviste

Il fatto è che il libro si rivela molto spesso insufficiente alla funzione , vuoi perché l’Autore non è nostrano e menziona pesi e misure di difficile trasformazione o consiglia alimenti introvabili alle nostre latitudini, oppure perché effettivamente è difficile organizzarsi in proprio soprattutto se non si è abituati a spadellare; insomma, qualcuno che invece è già istruito e ha vinto la sua battaglia , diventa mentore del metodo, si fa tramite di una collettività di interessati e costruisce intorno a sé una piccola comunità di   persone di buona volontà che aiutano , sostengono, incitano, organizzano   la truppa…

mentoreQualche giorno fa , scherzando con amici ho definito “interessante esperienza antropologica” partecipare ad uno di questi gruppi e riconoscere dinamiche che si scatenano al loro interno, inclusa quella che più mi impressiona e mi preoccupa: l’intransigenza e la cattiveria ammantata di purismo. Qualcuno, che tra l’altro non è quasi mai il gestore del gruppo, si sente investito dal sacro fuoco , diventa il… templare del metodo e in nome e per conto della sua salvaguardia prende di mira qualche malcapitato poco virtuoso o infelicemente sincero e lo massacra, letteralmente.

Ovviamente, siccome il templare per sua natura riesce ad esercitare una certa leadership, quando massacra qualcuno non è mai solo, ha un corollario di gregari che forse non sono neppure i migliori allievi, ma da brave iene, sanno come finire il malcapitato .cartellino

L’ Autore in genere non ha nulla a che fare con questa saga, ed il bello è proprio questo: quello che va in meta è lui, mentre gli altri sono prevalentemente impegnati nella mischia.

L’argomento merita un seguito…dunque a presto,  Rita

 
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Pubblicato da su aprile 26, 2014 in Alimentazione

 

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Pasqua con pastiera

La storia e il rito della pastiera raccontati da Maurizio De Giovanni in Vipera, romanzo ambientato a Napoli nel 1932.

ingr belliAllora, mentre mammà la prepara vi racconto la storia della pastiera.

Come a un segno convenuto, Lucia cominciò a disporre sul tavolo gli ingredienti necessari: la pasta frolla, preparata nelle prime ore della giornata quando tutti ancora dormivano; la ricotta di pecora, in un cestino di paglia intrecciata, il grano cotto nel latte fresco; lo zucchero, lo strutto, le uova, la cannella, il limone, il cedro e la cuccuzzata, la zucca candita per cui andava famosa, e la delicatissima acqua di fiori preparata infondendo in acqua calda, poi filtrata, i fiori dell’albero delle arance amare, il vero profumo della primavera.

Mentre i bambini spalancavano gli occhi davanti a tutto quel ben di Dio, Maione cominciò:

molto tempo fa, quando la città era giovane, c’era solo un piccolo villaggio di pescatori vicino al mare. E dal mare veniva quasi tutto quello che c’era da mangiare: il pesce, i crostacei, le cozze, tutto. Un giorno però venne una tempesta e le barche dei pescatori non potevano uscire; la tempesta non finiva, passavano le settimane e ormai le risorse erano finite, non c’era più niente.

pesciMaione punteggiava il racconto imitando gli effetti sonori, i tuoni, i fulmini, le onde alte del mare. Anche i figli più grandi, che avevano ascoltato la storia tante volte, erano affascinati e seguivano a bocca aperta. Sorridendo, Lucia manipolava sapientemente gli ingredienti.

Il mare non ne voleva sapere di calmarsi. Ma era già primavera e i bambini avevano fame e allora i pescatori decisero di uscire lo stesso. Le mogli e i bambini erano disperati al pensiero dei papà che affrontavano quelle onde alte più delle case. Ogni sera si riunivano sulla spiaggia, sotto la pioggia, e pregavano, e piangevano, e si disperavano, perché il mare cattivo restituisse i papà con le barche.

preparazioneCon sapienza, teneva l’attenzione dei bambini mentre con altrettanta sapienza le mani di Lucia componevano la propria sinfonia, amalgamando la ricotta con le uova, la vaniglia, la cannella e l’acqua di fiori d’arancio.

Avanti, pensò Lucia; avanti, dissero i bambini in coro.

La città era piccola ma i bambini e le donne erano come adesso, quando piangevano lo facevano a voce così alta che era impossibile non ascoltarli. E alla fine una sirena che si chiamava Partenope venne fuori dal mare e disse: ma perché piangete e strillate giorno e notte e non mi fate dormire?

Vogliamo i nostri papà, risposero i bambini.

E lei che era una sirena buona, si commosse e disse: mo’ ci penso io. E s’inabissò per andare a parlare a suo padre, il Mare.

Lucia unì l’impasto al grano cotto nel latte e aggiunse la cucuzzata e il cedro. mani

Il Mare brontolò perché non voleva consentire alle barche di rientrare a casa, si stava divertendo troppo con la tempesta, e poi aveva fame ed era di malumore. Partenope, che lo conosceva bene, andò a dirlo alle mamme e ai bambini e loro si riunirono per decidere cosa fare. Fu allora che alla bambina più piccola venne un’idea: siccome era primavera e il mare non lo sapeva, pensò di dirglielo facendogli vedere tutte le belle cose che la stagione portava. E prepararono tante scodelle con le bontà della terra: ricotta e farina, simboli della campagna fertile; le uova, simbolo della vita che si rinnova; il grano bollito nel latte e l’acqua ai fiori d’arancio, simbolo dell’incontro delle piante e degli animali; lo zucchero, simbolo della dolcezza, e le spezie, simbolo dei popoli lontani affratellati dal mare. E misero tutto vicino alla spiaggia.

pennelloLucia cominciò a tagliare in listarelle la sfoglia residua, ascoltando la voce piena e rotonda del marito, pensando a quanto lo amava.

Durante la notte, le onde portarono i doni in fondo al mare. Partenope, che aspettava, unì tutto e preparò una torta che diede al padre. Lui se la mangiò, una fetta alla volta, e la fame gli passò, e insieme alla fame gli passò la rabbia e si calmò, diventando una tavola. Così le barche rientrarono cariche di pesce e i bambini riabbracciarono i papà. Da allora, quando arriva la primavera, le mamme ripensano a quel giorno e preparano la torta che preparò Partenope. E noi ce la mangiamo.

Fuori la Pasqua irrompeva silenziosa nella primavera.

Floriana

 

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Brigidini, trastullo delle monache

girotondoPellegrino Artusi nel suo famoso “La scienza in cucina e l’ arte di mangiare bene” (1891) così descrive di una particolare specie di biscottini :
E’ un dolce o meglio un trastullo speciale, alla toscana, che trovasi in tutte le fiere e feste di campagna e lo si vede cuocere in pubblico nelle forme di cialde.
Si tratta di cialde, o cicalini chiamati più spesso brigidini: sono una specialità di un paese toscano situato tra Pistoia e Empoli, Lamporecchio.
Il loro nome viene dalle Brigidine, monache devote alla patrona della Svezia Santa Brigida; vivevano in un monastero del luogo e il loro compito principale era quello di preparare le ostie per la comunione, piccole per i fedeli e grandi per il sacerdote che dice messa, realizzate con stampi di ferro arroventati.suore
La leggenda vuole che intorno alla metà del ‘500, una monaca, mentre stava elaborando l’impasto delle ostie, facesse un errore e ne sbagliasse la preparazione. Le sorelle allora, per non sprecare quel composto e mangiarlo in occasione del pranzo domenicale, pensarono di personalizzarlo e renderlo più buono aggiungendo dei chicchi di anice.
Nasce così il trastullo speciale, destinato a diventare molto in fretta una ghiottoneria profana, che si prepara da tempo immemorabile in tutte le sagre d’Italia.
fiera 2Il Brigidino si presenta come una sottile cialda dorata; recentemente a quella classica si è aggiunta la versione con sottili striature di cioccolato (Brigidini Rigati o Brigidini col Cioccolato) e quella al cacao con striature di cioccolato bianco (Brigidini Doppio Cioccolato o Brigidini al Cioccolato).

Quella che vi proponiamo è la ricetta del brigidino più semplice, forse una delle più antiche

Ingredientiimpasto
100g farina
1 uovo + 1 tuorlo
150g zucchero
10g di semi d’anice

Preparazione
Amalgamare la farina con le uova, lo zucchero e l’anice. Lavorare fino ad ottenere un composto liscio e omogeneo. Formare delle strisce di circa 1 cm e tagliarle a pezzettini grandi come una noce.
Scaldare lo stampo da brigidini sul fuoco, quindi inserire una dose d’impasto e schiacciarlo. Ripassare per poco tempo lo stampo sul fuoco e staccare il brigidino appena pronto. Ripetere l’operazione fino alla quantità di dolcetti desiderati.
Serviteli caldi o freddi con un bicchiere di vin santo o di passito. Floriana

 

 
 

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Ma cosa cambia?

gialloQual è il cambiamento sostanziale dopo un percorso di consapevolezza alimentare? Il cambiamento è la scelta dei cibi e l’ora dell’assunzione, che sintetizzano l’apprendimento personale del proprio livello di benessere.

In estrema sintesi questo è lo scopo del programma: imparare qualcosa su di sé attraverso tante prove e qualche errore. Senza questo apprendimento, reso consapevole e quindi elaborato intellettualmente, tutti i percorsi dietetici sono inutili, perchè sono solo un momentaneo passaggio prima del ritorno alle vecchie abitudini , quelle che ci hanno fatto deragliare sul binario sbagliato.consapevolezza

In un tempo in cui si cerca di massificare tutto il possibile con il pretesto della globalizzazione, la consapevolezza alimentare va controcorrente. Parte dal presupposto che ognuno di noi è unico, per quanto simile agli altri, e punta su questa unicità; ma dà per scontato che apparteniamo a tipologie peculiari e in qualche modo rispondiamo a sollecitazioni specifiche. Nelle pratica abbiamo riscontrato che anche due gemelli, pur assomigliandosi, hanno differenti approcci col cibo e reagiscono in modo diverso ad alcuni alimenti; ognuno quindi deve imparare a rispettare il proprio metabolismo attraverso un apprendimento guidato, capace di farne intendere il funzionamento e consentirne poi la corretta gestione.

globalizzazioneDurante il percorso alimentare molte persone ri-scoprono modalità e abitudini dimenticate, scelte o preferenze che, se ben ricostruite, possono fornirci elementi importanti per comprendere il nostro stato di benessere o di malessere.

Le nostre scelte alimentari sono molto spesso basate su false credenze o su un ascolto, non mediato criticamente, di messaggi incalzanti e pervasivi che qualche volta sono il risultato di una vera e propria manipolazione dell’industria alimentare o farmaceutica, tanto più colpevole quanto più orientata al proprio peculiare vantaggio. mantenimento

Infine ma non ultimo, l’aspetto affettivo che fa da paravento ad una serie di scelte emotive ma non esattamente salutari per noi; curiosamente la constatazione di ciò, se il percorso è ben impostato, non avviene attraverso un processo di razionalizzazione del problema ma piuttosto attraverso la constatazione del superamento di esso, una modalità esperienziale di grande efficacia motivazionale. Rita

 

 
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Pubblicato da su marzo 20, 2014 in Alimentazione

 

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